Serata Musil (materiali e testi VII)

5. Quarto paragrafo: ironia e statistiche

“Anche la signora e il suo compagno s’erano avvicinati e al di sopra delle teste e delle schiene curve avevano osservato il giacente. Poi si trassero indietro esitanti. La signora provava una sensazione sgradevole nella regione cardiaco-epigastrica, che prese a buon diritto per compassione; era un sentimento indeciso, paralizzante. Dopo un silenzio il signore le disse: – In questi autocarri pesanti che usano qui da noi il freno ha la corsa troppo lunga -. La signora ne ebbe un senso di sollievo e lo ringraziò con un’occhiata attenta. Aveva già sentito talvolta quell’espressione ma non sapeva che cosa fosse la corsa del freno e non desiderava saperlo; le bastava che con ciò l’orribile incidente fosse in qualche modo sistemato e diventasse un problema tecnico che non la riguardava più da vicino. E in quel momento si udì anche il fischio dell’autoambulanza, e la prontezza del suo arrivo riempì di soddisfazione tutti gli astanti. Sono ammirevoli queste istituzioni sociali! L’infortunato fu messo su una barella e introdotto con questa nella vettura. Alcuni uomini indossanti una specie di uniforme si affaccendarono intorno a lui, e l’interno dell’ambulanza, per quel che si poteva scorgere, era nitido e ordinato come una corsia d’ospedale. Si aveva quasi la legittima impressione d’aver assististito a un episodio legale e regolamentare.

-Secondo le statistiche americane, -osservò il signore, -negli Stati Uniti centonovantamila persone all’anno rimangono uccise e quattrocentocinquantamila ferite in incidenti automobilistici.

-Crede che sia morto?- chiese la sua compagna, e aveva ancor sempre l’ingiustificata sensazione di aver vissuto una vicenda eccezionale.

-Spero di no,- rispose il signore. -Quando l’hanno messo nella vettura sembrava proprio vivo”.

Il capitolo, dopo quel che abbiamo letto finora, si chiude in maniera prevedibile: Arnheim e Ermelinda Tuzzi, che sono loro ma non sono loro, non sono in grado di dirci con sicurezza se la vittima dell’incidente sia viva o morta. L’incertezza finale va ad aggiungersi alle indeterminatezze dei paragrafi precedenti, ma anche in questo caso lo fa al termine di un percorso tutt’altro che privo di interesse. Abbiamo visto: osservando la vittima dell’incidente, la  signora prova “una sensazione sgradevole localizzata nella regione cardiaco-epigastrica che prende a buon diritto per compassione”.  A questo punto interviene il signore, che addomestica  il fatto singolo, in questo caso l’incidente stradale, fornendo una generica spiegazione tecnica (“In questi autocarri pesanti che usano qui da noi il freno ha la corsa troppo lunga”) . La signora   non capisce nulla, ma si sente rassicurata: ora che “l’orribile incidente”  è diventato un problema tecnico la faccenda per lei è sistemata, diventa improvvisamente distante, emotivamente neutra. Questo tentativo di neutralizzare l’evento orribile inserendolo in un ordine generale tranquillizzante (De Angelis) viene ripetuto poco più avanti, quando il signore butta lì dei dati statistici che hanno tutta l’aria di essere falsi. Infatti, “150.000 morti e 450.000 feriti l’anno per incidenti automobilistici sono un po’ troppi per l’America del 1913” (De Angelis). L’attualità di questo passaggio è di un’evidenza solare: per molti di noi  non è importante che  una spiegazione tecnica o una statistica siano vere, ma che siano rassicuranti, che siano in grado di addomesticare un evento. La stessa funzione pare avere per Musil  il “soccorso più efficace e autorizzato della Sanità”: molto spesso, osservando un’operazione di primo intervento, non si è in grado di giudicare con sicurezza l’operato degli infermieri (“alcuni uomini con indosso una specie di uniforme”), eppure, ogni volta, “si ha quasi la legittima impressione d’aver assististito a un episodio legale e regolamentare”.

Per chiudere, vi rileggo una frase di questo paragrafo che mi pare esemplare per capire l’ironia musiliana. La frase è questa: “La signora provava una sensazione sgradevole nella regione cardiaco-epigastrica, che prese a buon diritto per compassione”. Non vi spiegherò in che senso questa frase sia ironica. L’ha già fatto  Musil, indirettamente, in un testo brevissimo del 1938: “Ironia è: presentare un clericale in maniera da colpire, oltre a lui, anche un bolscevico; presentare uno scemo in maniera tale che l’autore improvvisamente senta: ma questo in parte sono io. Questa specie di ironia, l’ironia costruttiva, nella Germania odierna è abbastanza sconosciuta. È dal nesso delle cose che essa spunta fuori senza veli”.

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