Serata Musil (materiali e testi VI)

4. Seconda parte del terzo paragrafo: l’evento

“I nostri si fermarono all’improvviso vedendo davanti a sé un assembramento. Giá un attimo prima qualcosa era uscito dalle file con una svolta brusca, aveva girato su se stesso, s’era messo di sghembo; era un pesante autocarro frenato di colpo, ora lo si vedeva, inchiodato lì con una ruota sul marciapiede. Come api attorno al buco dell’arnia la gente si era accalcata lasciando un vuoto nel mezzo. E lì stava il camionista sceso dalla cabina, grigio come carta da pacchi, e descriveva con rozzi gesti l’accaduto. Gli sguardi dei sopraggiungenti si posavano su di lui e poi calavano guardinghi verso terra, dove un uomo che giaceva come morto era stato adagiato sull’orlo del marciapiede. A vicenda alcuni si inginocchiarono vicino a lui per fargli qualcosa; gli sbottonarono la giacca e gliela riabbottonarono, cercarono di metterlo in piedi e poi lo ricoricarono; in fondo tutti volevano semplicemente occupare il tempo in attesa del soccorso più efficace e autorizzato della Sanità“.

Abbiamo visto: la grande apertura del capitolo, quella sul tempo, conduce a un  buco di senso, la descrizione dello spazio del secondo paragrafo si risolve in un buco di senso, l’identità dei personaggi finisce in un buco di senso. E adesso? Ora qualcosa accade, un evento irrompe finalmente nello spazio del romanzo, ma è un evento narrativo che scivola rapidamente in un buco di senso. Lo stesso buco di senso, la stessa indeterminatezza cui eravamo arrivati solo implicitamente nelle pagine precedenti riappare qui, ma riappare esplicitamente, sotto forma di immagine. Rileggo: “Come api attorno al buco dell’arnia la gente si era accalcata lasciando un vuoto nel mezzo”. Quel vuoto nel mezzo è l’evento narrativo, un incidente stradale di cui non si sa quasi nulla. Si sa solo che, in seguito all’incidente, “un uomo che giaceva come morto era stato adagiato sull’orlo del marciapiede”. Musil non ci dice che cosa è successo, non ci mostra un fatto. Si limita a raccontarci che cosa diventa quel fatto nelle reazioni degli osservatori: ecco allora i rozzi gesti del camionista e gli sguardi dei sopraggiungenti. Ed ecco infine gli strani comportamenti con i quali i presenti occupano “il tempo in attesa del soccorso più efficace e autorizzato della Sanità”:  alcuni di loro cercano di alzare l’incidentato e poi lo ricoricano, altri gli sbottonano la giacca per poi riabbottonargliela. Fanno qualcosa e immediatamente annullano ciò che hanno appena fatto. Un po’ come la Penelope del mito, tessono una tela e poi la disfano in attesa che arrivi Ulisse.  Questa mobilità vana degli astanti, questa forma particolare di immobilismo in movimento, questo  sbottonare e riabbottonare, é forse una figura del “fortwursteln”. Ma che cos’è il “fortwursteln”, il “tirare a campare”? Franz Werfel, in un passo famosissimo di Aus der Dämmerung einer Welt, ci dice che esso fu uno dei più importanti elementi di coesione dell’impero absburgico: “Una statica saggia e grandiosa, che si manifestò in una magistrale abilità di procrastinare le soluzioni, di scansare e lasciar sbriciolare i conflitti. Questa statica nell’irriverente vocabolario dell’Austriaco fu caratterizzata col concetto classico di fortwursteln”. Naturalmente, ci avverte Claudio Magris, queste parole di Werfel si collocano in pieno “mito absburgico: “Il retrogrado immobilismo viene rivestito di un profondo significato, (…). La lenta impotenza diviene cioé statica grandiosa, si trasforma da causa in rimedio”. Insomma: Werfel tesse un filamento del mito absburgico e Magris lo disfa, Werfel costruisce e Magris decostruisce. Werfel vede una “statica grandiosa” e Magris ci dice che in realtà quella statica grandiosa fu un “retrogrado immobilismo”. E Musil? Che cosa c’entra Musil con tutto questo? Musil c’entra tantissimo, perché si ha l’impressione che nella sua scrittura il punto di vista di Franz Werfel e quello di Claudio Magris convivano senza escludersi. Musil in questo paragrafo ci dà probabilmente un’immagine del “fortwursteln” ma non la mette a fuoco. Egli decostruisce un senso ma alla fine della lettura non si è sicuri se non sia per caso la decostruzione ad avere torto. A volte sembra quasi che la decostruzione abbia meno senso del senso che  intende decostruire. Viene da dire: i gesti degli astanti sono senz’altro ridicoli e non servono all’incidentato, d’accordo, ma in un caso del genere è davvero sbagliato attendere “il soccorso più efficace e autorizzato della Sanità?”.

De Angelis 187: „Di cose finissime di questo e altro genere, è costiuito il romanzo, che enuncia qualcosa come se dovesse essere smentito, lasciando però che sia la smentita ad avere torto“.

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