Serata Musil (materiali e testi IV)

2. Secondo paragrafo: lo spazio

„Le automobili sbucavano da vie anguste e profonde nelle secche delle piazze luminose. Il nereggiar dei pedoni disegnava cordoni sfioccati. Nei punti dove più intense linee di velocità intersecavano la loro corsa sparpagliata i cordoni si ingrossavano, poi scorrevano più in fretta e dopo qualche oscillazione riprendevano il ritmo regolare. Centinaia di suoni erano attorcigliati in un groviglio metallico di frastuono da cui ora sporgevano ora si ritraevano punte acuminate e spigoli taglienti, e limpide note si staccavano e volavano via. A quel frastuono, senza che se ne possano tuttavia descrivere le caratteristiche, chiunque si fosse trovato lì ad occhi chiusi dopo una lunghissima assenza avrebbe capito di essere nella città capitale di Vienna, residenza della Corte. Le città si riconoscono al passo, come gli uomini. Aprendo gli occhi egli ne avrebbe avuto la conferma dal ritmo del traffico stradale, ancor prima di scoprire qualche particolare significativo. E anche se si fosse sbagliato, poco male. L’importanza esagerata che si dà al fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro risale all’età delle orde di nomadi, quando bisognava tener bene a mente dov’erano i terreni da pascolo. Sarebbe interessante sapere perché davanti a un naso rosso ci si contenta di constatare approssimativamente che è rosso, e non si indaga mai di quale rosso si tratti, quantunque lo si possa esprimere esattamente fino al micromillimetro mediante la lunghezza d’onda; mentre in questioni assai più complesse, come quella della città in cui si vive, si vorrebbe sempre sapere precisamente qual è questa città. E ciò distrae l’attenzione dalle cose essenziali“.

Qui si ripete il movimento che abbiamo già individuato nel primo paragrafo. Mi pare peró che questo movimento venga ulteriormente complicato e approfondito. Musil, quasi impercettibilmente, sposta il punto di vista frase dopo frase impedendoci di afferrare il senso generale di quello che dice. Il suo è un punto di vista dall’alto, mobile, panoramico, che si muove di continuo senza preavviso e senza dare troppo nell’occhio. Capiamo i singoli passaggi del paragrafo ma ci sfugge l’insieme. Il rapporto tra le parti non sembra essere di tipo causale, ma di pretestuosità reciproca.

Come avrete notato, in questo paragrafo Musil adotta un registro stilistico squisitamente letterario. Questo  registro e il registro scientifico del primo paragrafo convivono sulla stessa pagina, ma senza contrastare eccessivamente, tenuti assieme, verrebbe da dire „cuciti assieme“, da uno stile molto vigile. All’inizio del paragrafo Musil descrive il traffico delle automobili e quello pedonale. Poi ci parla di un „groviglio metallico di frastuono“ composto di elementi quasi minacciosi nella loro concretezza („punte acuminate“, „spigoli taglienti“) e di elementi più dolci, più aerei („limpide note che si staccano e volano via“). Quindi ci dice che di questo frastuono non è possibile descrivere le catteristiche specifiche, ma che, ciononostante, chiunque lo senta capisce di trovarsi a Vienna. Poi, in tono perentorio, definitivo, quasi da sentenza, ci dice che „le città si riconoscono al passo, come gli uomini“. Ma subito dopo svuota la sentenza appena pronunciata del suo tono perentorio, affermando che è anche possibile sbagliarsi e che confondere una città con un’altra non è poi così grave, perché „al fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro si dà un’importanza esagerata“. A questo punto arriva l’esempio dei terreni da pascolo e dei nomadi, che ha tutto l’aspetto di una critica non troppo velata a certi atteggiamenti nazionalistici che anche noi ben conosciamo. Il bello peró deve ancora venire, perché subito dopo Musil si chiede  perché non si indaghi mai che tipo di rosso sia il rosso del nostro naso, che in fondo sarebbe positivamente misurabile fino al micromillimetro, mentre si vuole sempre sapere con esattezza in quale città ci troviamo.  E la sua conclusione è a dir poco spiazzante. Musil scrive: „E ciò distrae l’attenzione dalle cose essenziali“. Bene. Ma quali sono, mi chiedo e vi chiedo, le cose essenziali? Sapere che tipo di rosso è il rosso del mio naso o in quale città mi trovo? Di fronte a questo interrogativo sono confuso, perché l’importanza del luogo è già stata depotenziata prima, mentre il naso rosso ha tutta l’aria di essere un esempio per assurdo. E allora? Quali sono le cose essenziali di cui parla Musil? Forse proprio la complessità, la mobilità del  punto di vista dall’alto, la sua capacità, almeno in linea di principio, di comprendere tutto. Non so. Per ora mi limito a constatare che la cosa essenziale è il mio senso di spaesamento di fronte a una domanda essenzialista alla quale non sono in grado di rispondere.

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