Per stanare il razzista che è in noi

Grazie alla recente partecipazione di due istituti superiori bolzanini (il liceo scientifico Torricelli e il liceo pedagogico Pascoli) a un progetto sulla figura dello “straniero” nel “mondo globale”, è stato sottolineato il ruolo che potrebbe (che dovrebbe) avere la scuola nella formazione di una coscienza civile consapevole dei pericoli dell’intolleranza e del pregiudizio.

Questa notizia mi dà l’occasione per parlare di un gioco – svolto da me in una classe di una scuola professionale – che ho chiamato “staniamo il razzista che è in noi”. Il procedimento è semplice. Nella finzione didattica i ragazzi possiedono un appartamento con molte stanze. A causa dell’insorgenza di spese impreviste sono costretti a cercare rapidamente un coinquilino. Sul giornale sono pubblicati due annunci che potrebbero interessarli. Il primo è scritto da un loro connazionale, il secondo da una persona proveniente da uno di quei paesi (potrebbe essere l’Albania o il Pakistan) patria di coloro i quali vengono indicati generalmente in modo dispregiativo col termine di “stranieri”. Il testo degli annunci non contiene ulteriori informazioni. La domanda è secca: chi scegliere?

La prima reazione è quasi scontata. Senza pensarci troppo, mediante un semplice riflesso condizionato, la risposta suona: sceglierei il mio connazionale. A questo punto però il gioco si complica. Basta infatti aggiungere alcuni particolari “indiscreti” – e non ricavabili dal testo degli annunci – alla biografia dei due possibili affittuari. Il connazionale – spiego – è una persona che ha precedenti penali, è dedito al consumo di droghe pesanti e comunque risulta del tutto inaffidabile dal punto di vista del suo impegno a garantire un pagamento costante della somma richiesta. L’altro – invece – è un bravissimo artigiano, residente in città da molti anni, perfettamente inserito nel mondo del lavoro, con ottime referenze e in grado di parlare ben cinque lingue (oltre l’urdu). Ripropongo dunque la domanda: chi scegliere?

Lo scopo del gioco è quello di erodere la compattezza di pregiudizi che vengono attivati quando non conosciamo le persone che abbiamo di fronte, ma le includiamo all’ingrosso (e senza tenere conto della loro individualità, della loro storia) in categorie vaghe e indistinte (come sono quelle indicate dalla sola appartenenza nazionale o “culturale”). Il senso d’imbarazzo che segue alla specificazione del profilo biografico dei due personaggi fittizi non riesce a promuovere ancora una critica radicale di questi pregiudizi. Ha il merito però di accendere la spia del dubbio, provocando una sospensione o almeno un rallentamento di quel meccanismo inerte in base al quale la prima formulazione della scelta tendeva ad avvenire in modo istintivo e dogmatico.

Un posto per me

Questo è un posto per me, ma non un posto dal quale io desidero muovermi nell’illusione di spezzare abitudini o attitudini di pensiero che non hanno relazione con me. Come chi decidesse di non staccare una foglia da un albero, ma vi si sedesse sotto, tendendo una mano e aspettando che gliela porti il vento.