Sentieri Interrotti / Holzwege

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Quando un nome è un insulto

15 Novembre 2009 · 1 Commento

Leggo sempre gli articoli di Chiaberge, sul Domenicale del Sole 24 ore. Pezzi intelligenti, qualche volta toccanti, come questo:

http://riccardochiaberge.blog.ilsole24ore.com/2009/11/quando-il-nome-tobagi-era-un-insulto-.html

 

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Hiver

15 Novembre 2009 · Lascia un Commento

inverno

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Statik Dancin’

15 Novembre 2009 · Lascia un Commento

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Battaglia di retroguardia

14 Novembre 2009 · 11 Commenti

In margine alla polemica sulla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è opportuno riflettere su una breve citazione di Olivier Roy, uno dei massimi esperti mondiali di questioni legate all’identità religiosa: “La battaglia per il crocifisso è la dimostrazione che la secolarizzazione non ha cancellato la religione ma, scindendola dal suo contesto culturale, la fa apparire in termini puramente religiosi”. Per comprendere il senso di questa citazione bisognerebbe approfondire che cosa si intenda qui per “scissione” della religione dal suo contesto culturale. Il nostro Sudtirolo (che dispone di una società e d’istituzioni largamente secolarizzate) offre una buona superficie d’osservazione.

Chi si erge in difesa dei crocifissi afferma solitamente che essi sarebbero espressione della nostra tradizione, della nostra cultura, della nostra identità. Se ciò corrispondesse al vero bisognerebbe avvertire l’esistenza di un fitto tessuto di pratiche (non solo di credenze) capaci di legare quel simbolo a un contesto di fede effettivamente vissuto. Ma è chiaro che non è così (o almeno non è più così). Nonostante tutto il nostro territorio sia disseminato di croci o di tabernacoli devozionali, nell’esperienza fatta dalla maggior parte della popolazione non si rintracciano atteggiamenti che possano far pensare ad un’adesione davvero convinta e partecipe al messaggio o all’insegnamento evangelico. Un crocifisso appeso su un muro (“tradizione” che, forse è utile ricordarlo, in Italia fu legalmente disposta nel 1926 dal governo di Mussolini) non ha peraltro molto a che fare con la nostra “cultura cristiana”, ma ne rappresenta ormai un simulacro, un residuo, e nella migliore delle ipotesi è indice di un’abitudine. Del crocifisso ci accorgiamo così quando qualcuno propone per l’appunto di rimuoverlo, oppure lo profana artisticamente applicandoci sopra una rana.

La battaglia per il crocifisso, sosteneva Olivier Roy, non va letta come una battaglia culturale, bensì come il segno di uno smarrimento religioso, al quale si cerca di reagire mediante l’affermazione della supremazia di un “mero simbolo” (spesso mettendolo in competizione con altri, di altre religioni). Ma in questi termini si tratta di una battaglia persa in partenza, o comunque di retroguardia. Se la nostra cultura fosse ancora autenticamente impregnata e sostenuta dai valori cristiani non ci sarebbe bisogno né di affermarlo continuamente (e in larga parte ipocritamente, come fanno non pochi politici), né tanto meno di affidare a un piccolo oggetto di legno o di metallo l’improprio ruolo di testimoniarne una bellicosa – e con ciò sommamente anticristiana – vitalità.

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Stanno sfasciando il Paese

13 Novembre 2009 · 26 Commenti

Sfasciano il Paese. Capovolgono le più elementari gerarchie morali e affossano persino l’idea stessa di giustizia. Stanno facendo a pezzi qualsiasi credibilità residua nella politica. Per difendere questo simpatico matematico stanno facendo a pezzi l’Italia. E noi siamo impotenti. Completamente impotenti.

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/politica/giustizia-16/giustizia-16/giustizia-16.html

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La bellezza e l’inferno

12 Novembre 2009 · 8 Commenti

Su YouTube sono disponibili gli altri spezzoni della serata…

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Roberto Saviano

11 Novembre 2009 · 10 Commenti

Segnalo che stasera, su Rai 3, alle 21:15, ci sarà una puntata speciale di Che tempo fa tutta dedicata a Roberto Saviano.

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Radioline?

10 Novembre 2009 · 5 Commenti

Leggiamo questo comunicato:

Il circolo Gentile organizza per sabato 21 novembre 2009 una visita al campo di concentramento di Dachau in Baviera. Sono ancora disponibili 20 posti. Questo il programma:

ore 06,30 partenza da via Aosta 13 con pulmann gran turismo da via Aosta davanti al Circolo Gentile. A bordo del pulmann sarà distribuito a cura del circolo uno spuntino.Arrivo a Dachau, intorno alle 10,00. Vista del campo di concentramento nel corso della quale tutti potranno ascoltare le spiegazioni grazie a radioline per la traduzione simultanea distribuite dai responsabili del Circolo. A mezzogiorno il pasto sarà consumato in un ristorante di Dachau con menu fisso. Dopo il pranzo rientro a Bolzano.

Cosa salta subito all’occhio? Le radioline (!). Un gruppo di bolzanini si reca in Germania, a Dachau, e ha bisogno delle radioline per capire quello che si dirà. Non servono commenti, mi pare.

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Come la seppia

9 Novembre 2009 · 8 Commenti

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L’urlo di Sgarbi

9 Novembre 2009 · 7 Commenti

Avevo letto nei giorni passati una deliziosa “Amaca” di Serra. L’ho trovata anche in internet e ve la giro (ve la foste persa).

Mentre sfaccendo per casa con la tivù accesa, come il casalingo di Voghera, sento Sgarbi urlare in sottofondo. Non so in che trasmissione, non so a proposito di che cosa. Sgarbi che urla è come Mina che canta, come la sigla del meteo, come Mike che invoca “allegriaaaa!”. È un rumore domestico, una consuetudine familiare. Interrompo per un istante le mie cure quotidiane e rifletto, quasi affettuosamente, sulle origini oramai remote di quel suono. Sgarbi cominciò a urlare quando ancora ero giovane, quando i miei genitori non mi avevano ancora lasciato, quandoi miei figli non erano nati. Urla dunque da generazioni, è un urlo temprato e duraturo, è un urlo – come dire – della classicità. Direi che le successive urla, e i successivi urlatori, sono appena degli emuli, e gli sono tributari come gli allievi al maestro. L’ urlo di Sgarbi è il nostro urlo di Munch, segna il tardo Novecento e approda con sicurezza nel terzo Millennio, è la traduzione televisiva del rudimentale sbraito pre-mediatico, che si perdeva in breve nelle foreste, nei campi, nei duelli, nelle bettole fumiganti. Si perderanno l’ uno dopo l’ altro i contesti e i pretesti di quell’ urlo: nessuno, tra i posteri, si chiederà perché mai Sgarbi urlasse. Ma tutti avranno nelle orecchie quel clangore insieme umano e metallico che a tratti echeggia tra le mura di casa. Ci si addormenteranno i bambini.

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