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Il calendario sia unico

18 febbraio 2012

Passato il gelo meteorologico, arriva quello istituzionale. E siccome qui da noi ogni conflitto istituzionale – riguardante cioè la dicotomia, più che la dialettica, Stato/Provincia – assume inevitabilmente una coloritura etnica, si materializza sempre anche il rischio che la discussione, accesa magari su un tema che etnico non è, finisca poi per assumere proprio tale spiacevole e soprattutto inutile aspetto.

È questo il caso della vicenda legata alla riforma del calendario scolastico, prevista dalla Giunta provinciale per il prossimo anno, e al termine di aspre polemiche andata a sbattere contro l’ostacolo alzato dal Consiglio dei Ministri, deciso a impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge finanziaria provinciale per il 2012. L’iniziativa è pensata in primo luogo a tutela dell’autonomia degli istituti, visto che almeno sulla paventata riduzione del monte ore la stessa Sabina Kasslatter Mur ha dichiarato di aver sbagliato valutazioni, favorendo il ritiro – appena una settimana fa – del provvedimento relativo alla possibilità di ridurre del 5% il carico delle lezioni.

Per capire in cosa consista il nodo originario della questione – che, ripetiamolo, non dovrebbe risultare di natura etnica – occorre rileggersi le dichiarazioni di Durnwalder rilasciate il 12 settembre 2011. La riforma veniva motivata in questi termini: “L’unificazione del calendario scolastico implica un inevitabile e necessario intervento (ma la parola qui è ‘Eingriff’, che alla fine può anche essere interpretata nel senso d’ingerenza, ndr) sull’autonomia delle scuole. Soltanto se pensiamo alle difficoltà patite da famiglie con più bambini, iscritti in scuole diverse, l’introduzione di un calendario unico risulta sensata”. Tutto sembra dunque partire da una mera questione organizzativa, con l’evidente difetto però di non tener conto della pesante ricaduta, sempre in termini organizzativi, sugli equilibri complessivi di un meccanismo assai delicato.

In una intervista pubblicata ieri dal quotidiano Tageszeitung, Sabine Giunta, del sindacato Agb-Cgil, ha sintetizzato così: spostare l’inizio delle lezioni al 5 settembre renderà problematici gli esami di recupero alle superiori; l’intero lavoro di programmazione che veniva svolto nei primi giorni del mese risulterà compresso, se non addirittura compromesso; in generale verrà resa più difficile la partecipazione ai corsi di aggiornamento. Agli insegnanti, insomma, toccherà lavorare di più – ma anche gli insegnanti, strano a dirsi, hanno figli, così come li hanno non pochi genitori che lavorano di sabato e dalla settimana scolastica di cinque giorni non otterranno quindi alcun sollievo – senza che ciò comporti necessariamente un miglioramento dell’offerta didattica. Era proprio indispensabile imporre questa riforma?

Corriere dell’Alto Adige, 18 febbraio 2012

3 commenti Lascia un →
  1. 18 febbraio 2012 14:35

    “Agli insegnanti, insomma, toccherà lavorare di più” …e chi non deve lavorare di più? Anzi, tanti non lavoreranno proprio, anche se vorrebbero….

  2. 18 febbraio 2012 14:35

    molto meglio tenere i sei giorni e aprire gli uffici pubblici anche il sabato

  3. gadilu permalink*
    18 febbraio 2012 14:35

    Agli insegnanti toccherà lavorare di più senza migliorare la didattica. Ho scritto questo. E siccome la scuola la conosco un po’ meglio di te, parlo con cognizione di causa.

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