Un gioco con l’accetta
Stasera propongo un gioco. Un piccolo esperimento giocoso. Un esperimento che riguarderà il mio modo di esprimermi. Se volete, commentando, potreste seguire l’esempio e vedere alla fine che effetto farà.
Dunque. Generalmente, parlando di toponomastica, ho sempre un po’ cercato di esprimermi in modo saggio, considerando le ragioni degli uni, le esigenze degli altri, ho insomma analizzato la situazione sforzandomi di offrire un quadro provvisto delle necessarie sfumature, evitando i contrasti troppo accesi e le esasperazioni. Ma stasera voglio cambiare e stenograferò al contrario alcune opinioni così come vengono. Senza filtri stilistici o concettuali. Un gioco con l’accetta, per l’appunto.
I protagonisti principali:
L’AVS. Sono dei furbi. Zitti zitti hanno cercato di seminare le montagne con cartelli scritti perlopiù solo in tedesco. L’hanno fatto ovviamente apposta, improvvisandosi “giustizieri della notte” e senza badare troppo alle conseguenze. Anzi, meglio, infischiandosene delle conseguenze.
Durnwalder. Si considera talmente furbo da poter pensare di sembrarlo sempre, anche e soprattutto quando gli tocca fingersi scemo. Sapeva benissimo dell’azione dell’AVS, ma poi ha cominciato a cincischiare sulle competenze (l’AVS è un’associazione privata… la Provincia non c’entra… i cartelli sono su suolo privato….), sui finanziamenti (comunque non gli abbiamo dato un soldo, è tutta opera di volontari, io non sapevo nulla…) e insomma cercando di lavarsene le mani (ma se hai le mani in pasta dappertutto è difficile lavarsele, le mani). Sul suo conto anche l’arroganza di aver reagito in modo inopportuno al primo richiamo ministeriale (il famoso “me ne frego”) e l’arroganza ancora più grande di aver poi cercato di risolvere la situazione firmando con la sua manona il famoso “accordo”.
Fitto. Anche lui all’inizio ha mostrato arroganza indossando il mantello da giustiziere e lanciando ultimatum uno più inverosimile dell’altro. Alla fine incassa l’”accordo”, ma senza rendersi ben conto delle sue “proporzioni” (e infatti appena posata la penna usata per la firma sono scattate le interpretazioni contrastanti sul significato di alcuni termini di quell’accordo e dunque sul suo significato).
La posta in gioco:
Tutta questa faccenda non ha nulla a che fare con le questioni della “sicurezza” dei sentieri di montagna (argomentazione risibile messa in campo da chi ha criticato l’operato dell’AVS), né col ripristino della “giustizia storica” (come sostengono quelli che vorrebbero eliminare la toponomastica di Tolomei). La posta in gioco è: marcare il territorio. E qui si registra una sostanziale asimmetria. I “tedeschi” non sopportano che le “loro” montagne abbiano nomi italiani (gli viene comodo che i nomi siano stati inventati da un “fascista”, ma il fastidio è comunque rivolto nei confronti del bilinguismo – e non solo del binomismo! – in generale) e il messaggio è chiaro: le montagne sono roba nostra, giù le mani. Gli “italiani” vorrebbero poter dire “le montagne sono ANCHE nostre” e per questo tendono a sorvolare sul fatto che l’origine di questa appropriazione sia condizionata dal passato fascista e colonialista (insistono sui nomi di Tolomei perché non ne hanno altri e non tollerano che i “tedeschi” glielo ricordino).
La soluzione:
Si è detto mille volte (parlando perlopiù al vento) che solo da un simultaneo e comune PASSO INDIETRO risulterebbe possibile sfiammare il confronto. I “tedeschi” dovrebbero rinunciare all’idea che la “storicità concresciuta” (!) dei loro nomi sia l’unico criterio da far valere; gli “italiani” dovrebbero rinunciare all’idea che la loro presenza in questa terra sia legata alla difesa dell’eredità tolomeiana. Insomma, i primi dovrebbero riconoscere che non sono i PADRONI di questo posto, i secondi dovrebbero riconoscere che l’aver voluto fare i PADRONI in passato implica che prima o poi si cominci sul serio a fare i conti con quel tipo di passato. Ognuno dovrebbe compiere questo passo da solo, spontaneamente. In caso contrario non esisterà “accordo” in grado di risolvere questo dissidio. E si andrà avanti all’infinito.

Clap clap. Fossi in te scriverei più spesso “senza filtri stilistici o concettuali”.
Ottimo e abbondante. Ineccepibile. Anche se, per me, usare l’accetta avrebbe significato ben altre ruvidezze nel taglio (in special modo nei confronti di Fitto). Condivido l’invito di Stefano ad usarla più spesso.
l’avs l’ha fatta volutamente fuori dalla tazza con il beneplacito dall’alto – questo è un dato di fatto. tutte le altre balle e ballette non reggono. il termine “marcare il territorio” riassume perfettamente l’obiettivo dell’operazione con l’effetto collaterale che i pacieri di turno dopo le iniziali esternazioni minacciose ne escono entrambi vincitori per un’accordo che accontenta tutti (?) ma che di fatto non cambierà niente senza il “passo indietro”. più comodo limitarsi a guardare indietro per continuare a non cambiare niente e mantenere viva la contrapposizione: italieni contro tedeschi (e viceversa), bolzano contro roma (e viceversa). l’importante é sempre avere un nemico a portata di mano con il quale poi accordarsi per lasciare tutto invariato e uscirne vincitori. that’s politics mixed with entertainment.
I “tedeschi” accettano gli “italiani”.
Gli “Italiani” accettano i “tedeschi”.
Accettati tutti, il problema è risolto.
Dobbiamo accettarci, insomma (bravo Paddo, hai scoperto il senso del gioco).
@ Stefano / Franz
Piccola nota al margine sul tema “dovresti sempre scrivere usando l’accetta”. Prendiamo questa frase: “Durnwalder si considera talmente furbo da poter pensare di sembrarlo sempre, anche e soprattutto quando gli tocca fingersi scemo”. Potrei pubblicarla sul Corriere? Credo di no. Forse solo Claudio Magris – l’onnipotente – potrebbe permettersi di usare un linguaggio del genere in prima pagina. Ma lui ha scritto “Danubio”, romanzo fluviale. Io invece sono ancora fermo all’abbozzo di un raccontino intitolato “Rienza”. O come si diceva una volta: c’è chi può e chi non può. Io non può.
Sì, ho avuto il tuo stesso pensiero leggendo quella frase. Credo tuttavia che tra un post come questo e lo “stile” che impieghi nei tuoi editoriali – stile che, te lo dico onestamente, a mio parere è addirittura involuto rispetto a quello, tutt’altro che sbracato, di questo post – ci possa essere una via di mezzo. E questa, secondo me, potrebbe essere la tua nuova strada.
viva la chiarezza!
trovo ottima l’analisi di alcuni dei protagonisti (Durni e Fitto). Nel caso dell’AVS non sono sicuro che accettare di essere mandati avanti dai politici a fare il “lavoro sporco” sia un sintomo di furbizia…
Nella posta in gioco vedo finalmente un chiaro accenno al problema generale del “fastidio” per il bilinguismo e non solo del binomismo (non dimentichiamoci che non sono state tradotte scritte che con i toponimi non hanno nulla a che fare: parcheggio, funivia, cascata, stazione, via ferrata, percorso archeologico, percorso panoramico, necessaria assenza di vertigini, ecc. ecc.). Spesso questo fatto viene tralasciato ma è evidentemente e incontestabilmente l’elemento che evidenzia il re nudo. (vogliamo parlare anche dei nomi storici ladini “casualmente” ignorati in favore dei soli toponimi tedeschi es. Plan de Corones-Kronplatz).
Da parte degli “italiani” non vedo come non si potesse reagire ad una simile situazione. Soprattutto da parte di chi, antifascista e fautore della convivenza (io mi ritengo così!), capisce che un simile meschino “disegno politico” costituisce una bomba atomica insanabile proprio sul piano del rispetto reciproco e della pari dignità che sono l’unico terreno comune possibile per la convivenza.
In questo senso l’intervento di Von Hartungen è esemplare! E’ proprio chi (nei fatti, non nelle parole!) vuole la vera convivenza che non può accettare nemmeno minimamente l’operazione compiuta da AVS & company.
D’altra parte chi riuscirebbe a convivere con qualcuno che si comporta da padrone assoluto e “sottolinea” la tua “estraneità”, il tuo “essere ospite”, il tuo “essere fuori luogo”?
Nella nostra amata terra non accetto di considerarmi solo un “ospite stanziale”!
Ja, Gabriele,
Vernunft und Anstand würden zu der von dir skizzierten Lösung führen.
Ob es in absehbarer Zeit dazu kommen wird – ich wage es kaum zu hoffen.
Hans
“Ognuno dovrebbe compiere questo passo da solo, spontaneamente. In caso contrario non esisterà “accordo” in grado di risolvere questo dissidio. E si andrà avanti all’infinito.”
Es tut gut so klare Worte zu hören, ich kann mich nur s.z. und gambero anschliessen.
Nur sind es zu wenige, die so denken und auch so handeln würden. Es bräuchte eine landesweite sprachenübergreifende politische Vertretung, um den Menschen diesen Schritt zu erklären und vorzuleben, nicht unbedingt eine Partei, aber einen Wegweiser, der den Menschen zeigt, wie es auch gehen könnte, ohne seine Daseinsberechtigung in der Trennung der Sprachgruppen zu suchen. Die Grünen waren mal auf einem guten Weg, haben sich dann aber irgendwie, irgendwo, irgendwann verloren, und jetzt gibt es nichts mehr, ausser, ich entschuldige mich im voraus, ein paar Blogger, die diesen noch nie gegangenen Weg als möglich erscheinen lassen.
Tra l’altro, se si vuole, il richiamo alle responsabilità individuali non è lontano neppure da certe conclusioni di Stefano Fait
(scusate, a seconda del computer che utilizzo cambia il nick)
io continuo ad augurarmi che finalmente, un bel giorno, l’umanità si renderà conto che pensare di poter possedere un corpo celeste (a proposito, se i Cinesi arrivano sulla Luna diventa per metà loro?) o fazzoletti della sua superficie non è solo infantile ed autodistruttivo (nel lungo periodo), ma finisce per trasformare i presunti proprietari in proprietà, strumenti di uno strumento, dunque servi.
La vita (brevetti sul DNA), la terra (il territorio), il fuoco (petrolio e gas), adesso vogliono privatizzare l’acqua. Poi un giorno toccherà all’aria. Mio-nostro, tuo-vostro, suo-loro…s’è visto quanto ha funzionato!
P.S. Grazie Stefano Zangrando ;o)
La filosofia di Stefano è al di sopra dei problemi. Sarebbe molto bello, intanto accontentiamoci di sognare. Condivido in pieno.
su Fitto hai usato il filtro
@Gadilu
“Piccola nota al margine sul tema “dovresti sempre scrivere usando l’accetta”. Prendiamo questa frase: “Durnwalder si considera talmente furbo da poter pensare di sembrarlo sempre, anche e soprattutto quando gli tocca fingersi scemo”. Potrei pubblicarla sul Corriere? Credo di no. Forse solo Claudio Magris – l’onnipotente – potrebbe permettersi di usare un linguaggio del genere in prima pagina. Ma lui ha scritto “Danubio”, romanzo fluviale. Io invece sono ancora fermo all’abbozzo di un raccontino intitolato “Rienza”. O come si diceva una volta: c’è chi può e chi non può. Io non può.”
Ma perchè non puoi?
C’è qualcuno che non te lo permette o sei tu che non vuoi scriverlo sul giornale?
Che ci piaccia o no, molto presto i nodi verranno al pettine e ciascuno di noi dovrà scegliere se continuare a credere all’attuale paradigma:
1. si può essere proprietari di un corpo celeste e delle sue risorse;
2. chi vive sulla sommità della piramide si merita il posto che occupa, con tutti i benefici, privilegi ed immunità che ne conseguono;
3. pensare prima a se stessi è naturale e giusto (darwinismo sociale come chiave di lettura della natura umana, esteso alle collettività);
4. questo è il migliore dei mondi possibili (o delle patrie/heimat possibili);
“International Labour Organization (ILO) notes that social unrest has already been reported in at least 25 countries…ILO has warned of growing social unrest as it now sees the recovery in global employment delayed until 2015″.
[http://www.guardian.co.uk/business/2010/oct/01/job-market-recession-social-unrest-ilo]
Disoccupazione endemica fino al 2015!!!!!!!!!!
Non si andrà avanti all’infinito, come teme Luca. La realtà s’incaricherà di ridimensionare il peso di questi dissidi locali e far risaltare quel che ci unisce: il comune interesse a raddrizzare la schiena e stringere le chiappe.
@ Paddo
Chi me lo impedisce? Esistono convenzioni, non necessariamente scritte, codici impliciti, abitudini. Puoi chiamarlo anche stile, se vuoi (ricordandoti che uno “stilo” non può essere utilizzato con ogni tipo di carta). Scrivere sul Corriere è anche una questione di stile.
@ Stefano
Non si andrà avanti all’infinito, ma vedrai che si cercherà di prolungare lo status quo il più possibile (è il tema del mio prossimo articolo). Una domanda: chi è Luca?
Purtroppo credo che abbia ragione Gabriele.
In quanto alle convenzioni, codici impliciti e abitudini, sappiamo tutti, ormai, come Gabriele eviti la lotta ed è per il quieto vivere.
Ci racconti qualcuna delle tue lotte memorabili, Angelo? Vorremmo tutti imparare molto dal tuo eroismo.
Angelo, hai ragione, potrei smettere di scrivere sul giornale e dedicarmi ferocemente alla lotta (magari cominciando a scrivere con lo spray sui muri).
Guess it’s better to sit this one out – who is then the AVS in the Aosta valley?
Come siete permalosi; avete un nervo scoperto.
Caro np ho fatto il sindacalista (ai vertici) per la CISNAL negli anni Settanta, a Roma, quando “uccidere un fascista non è reato”.
Ti basta? Se no vado avanti.
Angelo, io non sono permaloso per nulla. Ma quando mi inviti alla lotta vorrei che almeno TI fosse chiaro a che tipo di lotta mi inviti. Tutto qui. Quando poi ti sarai chiarito le idee torna pure qui, che ti devo dire una cosa.
Angelo, tu forse pensi, per esempio, che ciò che dice e scrive Belpietro, tanto per fare un esempio, è più “coraggioso” di quello che scrive e dice Di Luca, solo perché il direttore del quotidiano Libero è a rischio di essere menato? Anche io, se andassi per strada e bacio una che cammina con un altro, rischio di essere menato, ma nel mio gesto non ci sarebbe nulla di eroico né di coraggioso.
So che non servirà a nulla,
ma proprio dalla Valle d’Aosta, dove sto passando il weekend,
dove tutti i toponimi sono inequivocabilmente francesi
perché … tutti gli abitanti sono indubitabilmente italiani,
dove tutti i valdostani “de souche” parlano fra loro la lingua
degli antenati, cioè uno dei vari patois franco-provenzali; dove l’unico
toponimo bilingue è Aosta/Aoste;
dalla Valle d’Aosta, dunque, informo che non c’`e
nessun AVS-analogo, ma semplicemente dei rifugi del CAI,
che si chiamano rifugi, e che hanno un nome solo,
come Rifugio Chabod o Rifugio Vittorio Emanuele.
Quanto alle montagne, le Grandes Jorasses
si chiamano così e basta, il Mont Maudit
non si chiama Maledetto, il Dente del Gigante
in Valle nessuno lo chiama la Dent du Géant,
e la Grivola fa rima con scivola.
Un toponimo come Chaussettaz si pronuncia “sciossétta”
con l’accento sulla “e”, credo in conformità al patois,
e non sciossettà alla francese; ecc.
Dunque attenzione: Valle d’Aosta ist nicht Südtirol !
Nessun confronto è possibile.
Geografie diverse, storie diverse.
Non vedo molte lezioni reciproche da trarre,
se non che i valdostani dovrebbero imparare
dai sudtirolesi a cucinare e a fare le piste ciclabili …
Molto lentamente ci arriveranno, spero.
A proposito di rifugi, mi è piaciuto vedere,
in un rifugio del Bellunese, gestito indubitabilmente da italiani,
appeso alla parete un ritratto di Francesco Giuseppe,
con il testo (in tedesco) del Gott erhalte,
e mi è naturalmente venuto in mente Joseph Roth …
Evidentemente la Valle d’Aosta è una regione civile e democratica. Ci sono stato e non ho mai avuto problemi.
Cioè, Angelo, vuoi farci credere che sei entrato tranquillamente in un bar, hai chiesto un caffè in italiano, E TE L’HANNO SERVITO? Strano, in provincia di Bolzano, per fare un esempio, succede continuamente che vengano negati, questi caffè. Giuro!
Beh, non proprio negati, ma in certi locali, con certe ragazze bionde, te lo tirano sul banco alla maniera dei cow boy nei saloon. Giuro!