di Francesco Palermo
Il momento migliore delle campagne elettorali è quando finiscono. Perché la parola passa dai candidati ai cittadini e perché dalle promesse si passa ai fatti. Le elezioni di oggi devono sciogliere alcuni nodi politici, ma anche fornire indicazioni rispetto a temi di carattere istituzionale.
I nodi politici sono essenzialmente tre. In primo luogo, le elezioni rappresentano un importante banco di prova per la SVP: quanto peserà l’opposizione di destra, specie nei piccoli comuni? Funzionerà la scommessa di appoggiare fin dal primo turno il candidato del centrosinistra a Bolzano? E se Spagnolli non sarà eletto al primo turno, come è possibile per la frammentazione delle liste e per l’effetto astensione, si eviterà uno scaricabarile di responsabilità che potrebbe portare alla sconfitta al ballottaggio?
Il secondo test riguarda il ruolo dei piccoli partiti. Saranno decisivi o saranno spazzati via? La recente proliferazione di liste (specie, ma non solo, sul fronte italiano) porterà questa provincia dalla padella del monopartitismo di fatto alla brace del pluripartitismo estremo? In terzo luogo, come andrà la sfida politicamente più interessante, che è per molti versi quella di Merano? Scontata la rielezione di Januth, la scelta di chi lo sfiderà nel probabile ballottaggio dirà molto sulle tendenze più generali, dalla spaccatura ormai insanabile nel centrodestra alle ambizioni di rilancio dei verdi, se questi dovessero centrare il secondo turno.
Ma al di là del posizionamento dei partiti, ci sono in gioco diverse questioni di portata sistemica, relative al complessivo assestamento del sistema di governo provinciale. La prima riguarda il rapporto tra comuni e Provincia, su cui ormai una profonda riflessione appare non più rinviabile. Se finora il dominio politico della SVP nei comuni ha mantenuto all’interno del partito un dialogo che per essere sano deve essere istituzionale, da qualche tempo, anche grazie ad un ruolo proattivo del Consorzio dei comuni, la questione è emersa pubblicamente. Indipendentemente da chi li governa, i comuni hanno tutti l’interesse a contare di più e a non essere totalmente dipendenti dalla Provincia, a partire dalla dotazione finanziaria. L’autonomia comunale è tale solo sulla carta, ed i tempi per una riforma appaiono ormai maturi.
La seconda macro-questione è il rapporto dei comuni tra loro. Finora i comuni non hanno saputo fare squadra, e spesso si sono comportati come i capponi di Renzo. Soprattutto Bolzano reclama, legittimamente, uno status differenziato, che tenga conto delle sue specificità di capoluogo. Ma forse il discorso dovrebbe allargarsi anche agli altri: in fondo, se esiste un sistema elettorale diverso tra comuni piccoli e grandi, perché non possono variare anche le funzioni? Tanto più che una differenza di fatto già esiste in base alla capacità amministrativa tra comuni di dimensioni molto diverse. Una proposta di differenziazione che suddivida i comuni, ad esempio, in tre fasce, con diversificazione delle funzioni e dei trasferimenti finanziari, potrebbe creare un fronte comune che non metta i municipi l’uno contro l’altro.
L’ultimo aspetto riguarda le forme di cooperazione intercomunale e tra comuni e Provincia. Gli strumenti esistenti per l’azione congiunta di gruppi di comuni per risolvere problemi condivisi come la mobilità, i rifiuti, le scuole, non sono più sufficienti per le moderne sfide di un’amministrazione complessa. E’ un problema che si è finora visto poco a causa della sostanziale supplenza della Provincia, ma il processo di emancipazione comunale ha fatto emergere l’insufficienza e l’obsolescenza degli strumenti che i comuni hanno per cooperare tra loro. E la pur lodevole istituzione del Consorzio dei comuni (imposto dalla riforma costituzionale del 2001 e non certo emerso da uno slancio riformatore endogeno) non appare sufficiente a colmare il deficit. Occorre potenziare le procedure e gli istituti di cooperazione e forse anche le forme di unione e fusione tra comuni per aumentare l’efficienza dell’azione amministrativa.
Insomma, è finito il tempo delle parole e si deve finalmente iniziare coi fatti. Servono sindaci ed amministratori che abbiano la voglia, la capacità e il coraggio di sperimentare e di raccogliere la sfida di una nuova era che si apre per il governo locale in questa provincia. Buon lavoro.
Alto Adige, 16 maggio 2010
