Ho cominciato a leggere Kafka a sedici anni. Mio padre, a quel tempo, lavorava a Firenze e quando tornava a casa, verso le sette di sera, portava a casa La Repubblica. Io avevo già cominciato a leggerne con assiduità il paginone culturale e un giorno, era il 1983, il quotidiano di Scalfari dedicò tutto un inserto al centenario della nascita dello scrittore di Praga. Un articolo terminava più o meno con queste parole: “chi ha letto Kafka sa che cosa significa la letteratura moderna”. Il giorno dopo, alla Cartoleria Santini di via Marradi, acquistai “Il Processo” (nella traduzione di Pocar). Ne rimasi abbagliato.
Prossimamente, assieme all’amico Enrico De Zordo e a Bruno Zucchermaglio, dedicheremo una serata a Federico Fellini. In quella sede potrò così finalmente tentare di dire qualcosa intorno a un’ideuzza che coltivo da tempo: Fellini e Kafka condividono la medesima “teologia”. Ci sarà tempo (spero) per approfondire il concetto. Intanto trascrivo qui l’aforisma numero 69 degli AFORISMI DI ZÜRAU (Adelphi, pag. 83) che metterò al centro della mia ricerca:
In teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo.

6 risposte finora ↓
da // 3 Novembre 2009 a 14:35
la bellezza è grottesca ?
gadilu // 4 Novembre 2009 a 14:35
Trovi Fellini grottesco? O Kafka?
da // 4 Novembre 2009 a 14:35
entrambi
in fellini nella forma grottesca parla la leggerezza , in kafka l’angoscia (forse non è questo il termine esatto)
gadilu // 4 Novembre 2009 a 14:35
Mi sembrano definizioni troppo “strette”.
da // 4 Novembre 2009 a 14:35
sicuro
l’ideuzza è la tua, io non ci sarei mai arrivato
però così, di getto, nei mondi cui danno vita
l’ analogia – superficiale magari – ce la trovo
da // 4 Novembre 2009 a 14:35
l’analogia grottesca, intendo