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Volare

16 ottobre 2009

Per uscire da una sensazione generale che era veramente da buongiorno tristezza, ci voleva una botta di vita, un colpo alla roulette, un cambio di marcia e di fase. Si viene a sapere, per esempio, che al Festival è presente un cantante curioso, con due baffi saraceni, mezzo pugliese, mezzo siciliano, forse anche mezzo lucano, insomma, “uno della Bassitalia”, che gli altri cantanti snobbano perché non sa fare il vibrato.

Si chiama Domenico Modugno e arriva sulla Riviera dei fiori con Nel blu dipinto di blu, che poi sarebbe divantata strafamosa come Volare. Una canzone leggendaria, mitopoietica, sociologica. Una canzone totale. Perché poteva anche non importare niente, allora, che Modugno e il suo coautore Franco Migliacci si fossero ispirati a un quadro di Chagall o di Miró, un artista di quelli della pittura astratta, un parente di Picasso o di Dalí, e che poi quel “volare, oh oh” potesse alludere, grazie alle interpretazioni psicoanalitiche più volgari e alle successive codificazioni romanzesche della signora Erica Jong, a virtuali esperienze erotiche e orgasmiche. Piuttosto, Volare coincideva alla lettera con la sintesi pragmatica del “Financial Times”, secondo cui l’economia italiana era in pieno “miracolo” e la lira era degna dell’Oscar per la stabilità delle monete, mentre il decennio declinava, così dolcemente.

Fu per questo che si decise di andare a vedere la serata finale del festival nel caffè della parrocchia, dove il parroco, previdente, aveva radunato diversi banchi della chiesa. Intere famiglie, bambini compresi, si erano sistemate in un silenzio davvero religioso, aspettando l’evento che tutti pronosticavano, con il segreto timore di vedere l’auspicio tradito dalle bieche giurie. E finalmente, nell’osservare Modugno, con il suo smoking bianco, che spalancava le braccia nel volo possibile, verso il suo mondo chagalliano, si intuì subito che l’emozione sarebbe stata irrefrenabile: a Sanremo la gente singhiozzava e agitava i fazzoletti, come se all’improvviso il grigiore del dopoguerra fosse stato spazzato via dall’impeto di quell’uomo del Sud, anzi della Bassitalia, con i baffetti da figaro e i capell che sembravano setole d’acciaio.

Si sa che secondo una celebre definizione del professor Massimo Mila, autorevole consulente della casa editrice Einaudi, il cantante Modugno produceva con la gola, i polmoni, il cuore e perfino con le ossa una musica in cui si stratificavano secoli o millenni di cultura musicale mediterranea. Ma in quel momento, non era questione di cultura: alla faccia del sentimentalismo storico di tutta la penisola italiana, del melodramma, dell’Ottocento, delle lacreme napulitane, della melodia più lagnosa, Modugno urlava “volare”, strillava “volare”, ragliava “volare” e gli italiani capivano Autostrada del Sole, Fiat Cinquecento e Seicento, partecipazioni statali, Eni, Enrico Mattei, Giorgio Bocca, Sophia Loren, fabbriche, addio al lavoro nei campi.

E allora le buone giovani madri di famiglia si guardavano in faccia, spiavano il volto dello sposo, e poi avvertivano un primo trasalimento, se ne vergognavano per un istante sentendo su di sé lo sguardo sospettoso del cappellano, che era venuto a vedere il Festival per curiosità. Finché non scoppiò l’entusiasmo, contagioso, senza più inibizioni, e tutti urlavano e si sbracciavano e si abbracciavano, mentre poco più in là un delinquente di sette anni si era messo a prendere a calci la porta del cesso, con un gesto furente, tanto per sfogare quella strana felicità.

E. Berselli, Adulti con riserva. Com’era allegra l’Italia prima del ’68, Mondadori, 2007, pp. 25-27

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  1. marcolenzi permalink
    16 ottobre 2009 14:35

    bello. molto bello. bravo gabriele. e bravo berselli. :)
    un abbraccio

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