La tradizione perduta
In un libro pubblicato qualche anno fa e intitolato “Bestiario Veneto”, l’attore Marco Paolini ha trascritto una bellissima pagina di Mauro Corona che parla del rito dell’uccisione del maiale, rievocando quindi una scena della “nostra” cultura contadina ormai completamente perduta. Poco prima, sul filo di un’associazione inevitabile, Paolini ricordava anche un articolo di Pier Paolo Pasolini, pubblicato l’8 luglio 1974 sul Corriere della Sera: “Limitatezza della Storia ed immensità del mondo contadino”. Il soggetto di quell’articolo – concepito in dolorosa polemica con Italo Calvino – riguardava il “rimpianto” per un’epoca passata, rimpianto che Pasolini rivendicava di provare non nei confronti di una presunta “età dell’oro” o di un’“Italietta” giustamente qualificata come “piccolo-borghese, fascista, democristiana”, quanto piuttosto per l’“illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a soli pochi anni fa”. Un mondo se vogliamo “tradizionale”, ma non certo nel senso deteriore, pretestuoso e ideologico che questa parola aveva cominciato ad assumere durante gli anni del boom economico.
Ecco comunque l’inizio del testo di Corona (lo rendo qui nella traduzione italiana offerta dallo stesso Paolini): “Quando ero ragazzo, mio nonno, mia nonna tenevano un maiale, allevavano un maiale. Lo compravano piccolo perché non avevamo soldi. Lo tenevamo con noi tutto l’anno e questo maiale cresceva con noi, lo portavamo a spasso, gli spazzolavamo le unghie, gli facevamo il bagno, gli portavamo da mangiare. Diventava come un amico, anche perché il maiale è una persona intelligente, e quando era Natale, era il suo destino d’essere ucciso. Noi ci accorgevamo che era ora perché mio nonno o mio papà guardavano il calare della luna e dicevano: è ora”. Svanita la sospensione carica di presagi che precede il momento vero e proprio dell’uccisione (e dall’osservazione della quale il narratore ricava la metamorfosi del bambino in una persona adulta), il racconto precipita nella descrizione della sofferenza della bestia, nell’evocazione cultuale del sangue (come ha spiegato Piero Camporesi, il sangue ha per secoli rappresentato il fluido dal quale “sgorgarono la storia sacra e quella profana dell’umanità sempre immerse in un mare di sangue”) e nell’accettazione rassegnata della morte (“e lora scominsiavion in nous a rassegnese di front ala mòrt, jo scominsié bonora a capì che la morte l’è da rassegnase…”).
Oggi il senso di simili esperienze, di simili tradizioni, può essere recuperato soltanto grazie alla scrittura, alla sua inattualità. Solo in essa riluce la memoria cancellata da milioni di maiali macellati in modo industriale e da quelli utilizzati stupidamente per offendere e schernire i concittadini che professano un’altra religione.
Validi, a mio avviso, a completare il tuo pensiero, i concetti di scrittura “che traduce” la tradizione (e testimonia che, fatto oramai impensabile, sono esistiti anche uomini completamente altri rispetto a noi ) e di scrittura che ” decripta” la tradizione – con il ritegno proprio di chi, sentendosi moderno, sa di non poterlo essere fuori da una tradizione.
La rituale uccisione del maiale, che, all’interno della cultura contadina, costituiva per i ragazzi quasi un rito iniziatico e di passaggio, è sopravvissuta in alcune realtà molto periferiche. Più lunga vita ha avuto in Grecia, dove si connotava anche di una dimensione coreutica e musicale. La tradizione, una qualsiasi tradizione, sia quelle che ancora sono presenti pur attraverso modifiche, adattamenti, sincretismi, sia quelle che apparentemente sono svanite col mutare di tempi, società e struttura, giocano il loro “racconto” lungo gli assi convergenti del tradere-traducere, che si assimilano nelle trasformazioni, e dove entrambi i termini rinviano sia all’oralità sia alla scrittura. Ed entrambi i termini sono inscindibili: il tradere rinvia alle modalità e al lungo periodo nel quale la tradizione si tramanda , ma anche si trasforma, traducendosi in qualcosa di diverso ed uguale nel contempo, almeno per quel che attiene le funzioni cui risponde.
x Belfagor
Ho trovato questi significati:
-trans-ducere—portare al di là, trasferire
-transdare—tradare—con cambio di coniugazione—-tradire ( ! )
-trans- dicere—dire attraverso, al di là
-tradere ——–consegnare (commerciare? to trade dell’inglese moderno?)
Dimenticavo: oggi è S. Antonio, auguri a tutti i porci che l’hanno scampata, ci si vede anno prossimo
@ da
*OT* Spero non ti spiaccia se ho inserito il tuo interessantissimo blog nel mio blogroll!
grazie davvero
@ da
di tradizione in tradizione, per S. Antonio (abate), mi pare invece che sopravvivano i fuochi, con qualsiasi inflessione e rituale dialettale vengano declinati!
Andrebbe approfondito il discorso sul perché, e come, tradizioni scompaiono, si trasformano fino ad assumere fisionomie del tutto nuove, ed altre invece rimangono pressoché immutate, e quanto in ciò si riverberino, o si nascondano alcune contemporanee aporie e contraddizioni…
Ho abitato in Val di Cornia,Livorno, e ho partecipato attivamente per alcuni anni all’uccisione e macellazione non del maiale ma di alcuni agnelli e capretti, per Pasqua. Non vi si teneva alcun rituale particolare, se non mangiare abbondantemente prima.
Eravamo uomini che stavano lavorando, con calma, facendo qualcosa che si è sempre fatto, in quei giorni. Stavamo facendo qualcosa di conveniente per noi, per mangiare e per guadagnarci. La verità del sangue è per alcuni ancora molto semplice. Era un momento proprio profano, per quanto ne so,giovani agricoltori e vecchi pastori senza fede, ma anche solo ripetere i gesti antichi è comunque riprodurre la storia. La assenza di ritualità complessa è certo segno di miseria, non di meno la assoluta e completa umanità in cui si svolse lo sgozzamento degli agnelli, ben diversa dalla morte industriale, non manca di colpirmi ancora. Finanche un pò di brutalità ci sta, per schernire la morte, per autoconservazione. Ho raccontato questo per dire che nel mondo pastorale e agricolo, il rito si eclissa ( e svanisce ) nella semplice funzione del lavoro, ma se scompariranno anche i gesti convenienti chi udirà più il canto del capro ? (se non come qualcosa di decorativo,di naif)
da, tu scrivi: “ma anche solo ripetere i gesti antichi è comunque riprodurre la storia.”
Questa tua osservazione è davvero centrale, in una riflessione approfondita…gli antichi gesti, tramandati inconsapevolmente costituiscono una componente importante della cultura…costituiscono un aspetto non secondario dei saperi che supportavano la vita in tutti i suoi aspetti, da quelli materiali a quelli immateriali, delle comunità e delle società.
Non sono del tutto d’accordo, invece, quando affermi che “La assenza di ritualità complessa è certo segno di miseria”. Se per ritualità complessa intendiamo i cerimoniali dei riti ufficiali, allora è vero. ma se intendiamo invece ciò che attiene alle culture non egemoniche, la complessità non è ad esse estranea, pur se diversa dalla complessità delle culture “culte”, ed anche in situazioni di povertà estrema l’elaborazione culturale implica ritualizzazioni, implica un piano culturale fatto di materialità ed immaterialità, con molteplici articolazion in cui sono pur sempre presenti riti e miti.
Negare ciò significa coniugare la povertà economica con una weltanschauung limitata ed angusta, il che non è. La miseria, ad esempio, e l’analfabetismo, non erano poveri culturalmente parlando, erano, sono “altri”: pensiamo ai tanti “cunti” che si facevano a veglia, a fiabe e favole, a canti, a proverbi, che rivelavano una capacità elaborativa e affabulatrice, pensiamo ai cantastorie, ai poeti-contadini, ma anche a tutte quelle complesse feste popolari, non necessariamente religiose (benché anche nelle feste religiose, o nella religiosità popolare si evidenziano aspetti sincretici con paganesimo e magia), che erano, e ancora persistono in molte aree.
Sì, non volevo dire quello, non ci sono mai mancati i riti “alti”. Voglio aggiungere, ho scritto una cosa complessa senza pensarci troppo, che è nel lavoro “e nel linguaggio che gli appartiene” che si manifesta ancora una realtà, come dire, materica, che ha il suo naturale contrappunto in una altrettanto fondata realtà mitica.
x Belfagor
La miseria cui facevo riferimento è il tramonto della centralità della cultura contadina in particolare nei propri luoghi, che ha conferma nella sua subalternità economica alla città e nella trasformazione delle sue attività in produzione primaria.Certo è da imputarsi a questo, a questa parabola discendente, il mancato rinnovarsi di tradizioni, feste, riti. Ma non dispero che questo oblio sia per sempre, ma anzi avverto che nell’oblio si stia custodendo qualcosa che quando verrà fuori avrà forme inattese, e chissà che tutta la parte servile, oppressiva e autoritaria della cultura contadina non venga rielaborata. Figure di mezzo, a volte venute dalla città, ma anche giovani paesani, potrebbero collaborare a riempire questa aporia di nuovo senso, di nuova realtà, anche economica.
Riguardo a ” quanto in ciò-la tradizione perduta- si riverberino, o si nascondano alcune contemporanee aporie e contraddizioni “, argomento che hai buttato lì, importantissimo e mai abbastanza dispiegato, credo che il nucleo della questione sia sempre quel dono gratuito, che, non più conosciuto e saputo come tale, ha fatto venir meno anche l’ allegra/tragica profanità dell’esistenza umana. Nella confusione della nostra modernità neanche gli oggetti comuni sono più tali. Ma l’argomento è troppo vasto per affrotarlo tutto pari. Se Gadilu volesse proporlo un pezzetto alla volta, potrebbe coinvolgere più blogger.
@ Gadilu
Che ne dici dell’invito dell’amabile “da”? Ti va di proporlo e approfondirlo “un pezzetto alla volta?
No. Ma potete farlo voi. Speditemi un contributo e io lo pubblico in prima.
@ da
visto che il caro Gadilu non è interessato a riproporre l’argomento, che mi sembra di estremo interesse, potremmo continuare a svilupparlo sul mio o sul tuo blog. Altri blogger, come ad esempio ggugg sono interessati ad approfondirlo in titte le sue declinazioni ed articolazioni.
Che ne dici?
@ da
..e, hai ragione, è un argomento che rientra in un dibattito ancora più ampio che, in altresedi può anche essere discusso nella sua globalità o quasi, prendi ad esempio un seminario o un workshop, ma che su un blog deve forzosamente essere sfioccato ma, sono sicura, i contributi, in ambienti sereni e pacati, possono essere davvero sorprendenti…
ne siamo certissimi anche noi, come siamo certi che in una discussione meno erudizione e più pensiero siano fondamentali, altrimenti diviene puro esercizio e sfoggio di letture, diviene esibizione e non comunicazione….
…fate pure il vostro seminario che veniamo a vedervi…. così non rompete più le scatole sui blog visto che fanno tanto schifo, NO?
@ belfagor
gadilu ci ha messo il discorso di pasolini sulla spiaggia di sabaudia, quindi se vogliamo parlare di dove e cosa è il sacro oggi lo spunto c’era.come ho scritto, la rete a volte convoglia quantità che non hanno abbastanza coesione da fare massa critica tale da far reagire tra loro i partecipanti. non voglio disperdere i discorsi. in fondo e con fatica questo blog è quello dei tanti sentieri interrotti.
@ pure lo user è un tegame
quando vuoi dire qualcosa di più circostanziato rifatti vivo.
l’esibizione di ignoranza per ora è tutta la tua.
@ gadilu
tu in realtà avevi chiesto qualcosa dell’inattualità della scrittura, e nessuno ti ha filato di pezza. ne prendo spunto per riprendere il discorso unendolo alla urgenza di scrittura che molti blogger esprimono. quando il mondo è “quell’ammasso di merci” che è oggi, riprendere una certa distanza dall’oggetto della nostra attenzione, cosa che la scrittura ancora consente- ad esempio il linguaggio orale ha problemi di senso condiviso e l’immagine di sovraesposizione-, è uno dei pochi modi per parlarci ancora, con l’oggetto. tanto più valido il discorso quando la scrittura evoca, riproduce il passato,” l’altra epoca certa”. la scrittura ridona all’oggetto nuova vita, prendendo distanza dall’attualità delle merci, e che ci consente ancora, proprio perchè sorge dal silenzio della propria (ma non personalistica) psiche, visione d’insieme.